|
Le droghe
in medicina: storia della cannabis
Usi e storia dei cannabinoidi nella medicina
orientale e occidentale
articolo Articolo tratto da “Medicina delle
tossicodipendenze” n. 35, giugno 2002, del
dott. Claudio Capuccino (membro di Medical Cannabis)
Le origini
in Oriente
La più antica farmacopea conosciuta - il Pên-t’sao Ching cinese, che
si fa tradizionalmente risalire al terzo millennio a.C., ma che ci è
pervenuto in versioni del I-II secolo d.C. - già raccomanda la
canapa per "disordini femminili, gotta, reumatismo, malaria, stipsi
e debolezza mentale". E già avverte che una dose eccessiva “fa
vedere demoni” (1).
In India, già nel II millennio a.C., la cannabis è citata nell’Atharvaveda
come “pianta che libera dall’ansia”. Successivamente fu usata in
diversi sistemi della medicina tradizionale (Ayurveda, Unani, Tibbi),
fino ai nostri giorni. Come riassumerà J.M. Campbell, la bhang (2)
cura in primo luogo la febbre agendo “non direttamente ovvero
fisicamente come un farmaco ordinario, ma indirettamente ovvero
spiritualmente calmando gli spiriti rabbiosi a cui la febbre è
dovuta”; e inoltre “raffredda il sangue caldo, provoca il sonno
negli ipereccitati, dona bellezza e assicura lunga vita. Cura la
dissenteria e i colpi di calore, purifica il flegma, accelera la
digestione, stimola l'appetito, corregge la pronuncia nella blesità,
rinfresca l'intelletto, dona vivacità al corpo e gaiezza alla
mente.” Ma “la ganja in eccesso provoca ascessi, o anche pazzia”
(3).
Il viaggio verso l’Europa
La cannabis è citata in antichi testi egizi e assiri ed è ben
conosciuta anche dalla medicina greco-romana (4). Dioscoride (I sec.
d.C.) la raccomanda per mal d’orecchi, edemi, itterizia e altri
disturbi. Secondo Galeno (II sec. d.C.) può servire contro le
flatulenze, il mal d'orecchi e il dolore in genere. Però, se presa
in dose eccessiva “colpisce la testa, immettendovi vapori caldi e
intossicanti”.
In Europa, prima della sua riscoperta nella prima metà del XIX
secolo, di cui diremo in dettaglio più sotto, troviamo solo
segnalazioni isolate del suo uso come farmaco. Per esempio, Garcia
da Orta, medico portoghese in servizio presso il vicerè a Goa, in
India, la cita nel suo “Colloqui sui semplici e sulle droghe
dell’India” (1563) come stimolante dell’appetito, sonnifero,
tranquillante, afrodisiaco e euforizzante. E Robert Burton, nel
famoso “The anatomy of melancholy” (1621), ne suggerisce l’utilità
in quella che oggi chiameremmo “depressione”.
La cannabis sarà d’ora in poi regolarmente citata nei testi medici e
farmaceutici. Nel 1794 l’Edinburgh New Dispensary oltre a dare
un’ampia panoramica sui suoi usi - prova che l’interesse dei medici
sta cominciando a crescere - chiude la trattazione con parole
lungimiranti: “Benché solo i semi siano stati finora prevalentemente
in uso, altre parti della pianta sembrano essere più attive, e
possono essere considerate come meritevoli di ulteriore attenzione.”
E vent’anni dopo, Nicolas Culpeper, il più importante studioso di
piante medicinali del suo tempo, nel suo “Complete Herbal” (1814),
dà un quadro completo dei possibili usi medici della Cannabis, a
partire da quelli indicati da Galeno.
Ma dovranno passare ancora alcuni anni perché la canapa abbandoni le
ricette più o meno fantasiose della medicina popolare e risvegli
invece l’interesse dei medici più qualificati.
Agli albori della medicina moderna
Si può dire che tre opere più di tutte contribuiscono ai nuovi
sviluppi. Un importante articolo pubblicato nel 1838 nelle
Transactions of the Medical and Physical Society of Bengal (5) da W.
O’Shaughnessy, medico irlandese trapiantato in India.
E due
libri pubblicati in Francia, “De la peste ou typhus d'orient suivi
d'un essai sur le hachisch” (1843) di L. Aubert-Roche, e “Du
hachisch et de l'aliénation mentale” (1845) di J.J. Moreau de Tours.
L’articolo di O’Shaughnessy, che attinge alla vastissima esperienza
indiana, resta ancor oggi interessante. L’autore riferisce
dettagliatamente sull’uso di cannabis in diverse condizioni:
reumatismo acuto e cronico, idrofobia, colera, tetano e convulsioni
infantili. Accenna al “delirio” causato dall’intossicazione cronica,
e riporta i metodi di preparazione e i dosaggi consigliati nei vari
casi. Invece, i due testi francesi sono di interesse più
specialistico. Aubert-Roche si interessa soprattutto all'uso dell'hashisch
contro la peste, oltre che all’uso voluttuario; e Moreau lo
considera sia uno strumento di indagine della mente, sia un farmaco
efficace in varie malattie mentali (melancolia, ipomania, e malattie
mentali croniche in genere).
Risalgono a questi anni anche le prime esperienze e pubblicazioni
scientifiche italiane sulla cannabis, scrupolosamente ripercorse da
Giorgio Samorini nell’interessantissimo “L’erba di Carlo Erba”
(1996).
Solo a partire da questo periodo si può dire che l'uso medico della
cannabis conosce una certa diffusione anche in occidente. Estratti e
tinture a base di cannabis compaiono sugli scaffali delle farmacie
in Europa come negli USA, e vi rimarranno fino alla seconda guerra
mondiale e oltre.
Un grande interesse
Fra il 1840 e il 1900, secondo il documentatissimo testo di Walton
(1938), furono pubblicati più di 100 articoli sugli usi medici della
cannabis (6). Nel 1854 la cannabis viene inclusa nello U.S.
Dispensatory: “L’estratto di canapa è un potente narcotico (...) Si
dice che agisca anche come deciso afrodisiaco, che stimoli
l'appetito e che occasionalmente induca uno stato di catalessi (...)
[La canapa] produce il sonno, allevia gli spasmi, calma
l'irrequietezza nervosa, allevia il dolore. (...) [Come analgesico]
differisce dall'oppio perché non diminuisce l'appetito, non riduce
le secrezioni e non provoca stitichezza. I disturbi per i quali è
stata specialmente raccomandata sono le nevralgie, la gotta, il
tetano, l'idrofobia, il colera epidemico, le convulsioni, la corea,
l'isteria, la depressione mentale, la pazzia, e le emorragie
uterine” (7). Secondo H.A. Hare (8), la cannabis è paragonabile
all'oppio per efficacia analgesica, ed è particolarmente utile
nell'emicrania, in cui agisce anche come profilattico, nelle
nevralgie, nella tosse irritativa e nella tisi. Anche William Osler,
uno dei padri della medicina moderna, la ritiene “probabilmente il
rimedio più soddisfacente” per l'emicrania (9).
Nel 1890, J.R. Reynolds riassume sul Lancet 30 anni di esperienza
con la cannabis. La giudica “incomparabile” nell'insonnia senile;
utile come analgesico nelle nevralgie, inclusa la nevralgia del
trigemino, nonché nella tabe, nell'emicrania e nella dismenorrea;
molto efficace negli spasmi muscolari di natura sia epilettoide che
coreica - ma non nella vera epilessia; e, invece, di incerto valore
nell'asma, nella depressione e nel delirio alcolico (10).
In Italia erano previsti dalla Farmacopea Ufficiale sia l'estratto
che la tintura di cannabis indica. Secondo P.E. Alessandri (11) la
canapa "usasi nel tetano, nelle nevralgie, isterismo, emicrania,
reumatismo, corea, asma, e in molte altre malattie non escluso il
cholera, dando però quasi sempre resultati contraddittori". P.
Mascherpa (12) afferma che essenzialmente si tratta di "un
medicamento cerebrale e precisamente un analgesico analogo all'oppio
e alla morfina", che può avere più o meno gli stessi usi di questi.
Mascherpa riconosce però che la farmacologia della cannabis è "poco
conosciuta", e il suo uso per varie ragioni "piuttosto limitato".
Egli riporta anche i dosaggi massimi per l'estratto di canapa
indiana F.U.: 0,05 g per dose e 0,15 g per giorno.
L’oscuramento della cannabis
Nel 1937, negli Stati Uniti,la cannabis - nella sua veste di
marijuana - raggiunse l’oppio, la morfina e la cocaina nella lista
delle “droghe proibite”. Le nuove norme americane - a cui presto si
adeguarono gli altri paesi - resero estremamente complicata e
onerosa per i medici la prescrizione di farmaci a base di cannabis,
e in pochi anni essa cadde in disuso e fu cancellata dalla maggior
parte delle farmacopee. Non si può negare che questa mossa, in
questo momento storico, condizionò tutta la storia seguente della
cannabis, impedendone di fatto non solo l’uso, ma anche lo studio
con i moderni metodi scientifici, prima ancora che essa fosse
veramente conosciuta.
Il silenzio e l’acquiescenza dei medici non fu generale. Lo stesso
Walton, che pure appoggiò la proibizione dell’uso voluttuario della
marihuana, scrisse: “Più stretti controlli che rendessero la droga
non disponibile per scopi medici e scientifici non sarebbero saggi,
dal momento che per essa possono essere sviluppati altri utilizzi,
tali da superarne completamente gli svantaggi. La sostanza ha
diverse notevoli proprietà e se la sua struttura chimica fosse
definita, e varianti sintetiche fossero sviluppate, alcune di esse
potrebbero dimostrarsi particolarmente utili, sia come agenti
terapeutici che come strumenti per indagini sperimentali” (13).
Ma a partire dal 1937 diventano assai rari i lavori che prendono in
considerazione l’uso medico della cannabis, ed è solo con la fine
degli anni '70 che un timido interesse si risveglierà e che fra
mille difficoltà - legate alla classificazione a tutt’oggi in vigore
della cannabis come sostanza “priva di valore terapeutico” -
cominceranno a riapparire studi scientifici sulla cannabis e i
cannabinoidi.
Epilogo
Il 30 gennaio 1997, a seguito della violenta presa di posizione del
governo federale USA contro l'approvazione popolare via referendum
degli usi medici della marijuana in California e in Arizona
(novembre 1996), Jerome P. Kassirer scrisse: “Gli stadi avanzati di
molte malattie e i loro trattamenti sono spesso accompagnati da
nausea, vomito o dolore intrattabili. Migliaia di pazienti affetti
da cancro, AIDS e altre malattie riferiscono di aver ottenuto
notevole sollievo da tali sintomi devastanti fumando marijuana (...)
Io credo che una politica federale che proibisce ai medici di
alleviare le sofferenze prescrivendo marijuana a pazienti seriamente
ammalati è male impostata, impositiva e inumana (...) [N]on vi è
rischio di morte fumando marijuana. Domandare le prove di
un'efficacia terapeutica è (...) ipocrita. Le sensazioni nocive
provate da questi pazienti sono estremamente difficili da
quantificare in esperimenti controllati. Ciò che realmente conta in
una terapia dotata di un così alto margine di sicurezza è se un
paziente gravemente ammalato prova sollievo come risultato
dell'intervento, non se uno studio controllato ne “dimostra”
l'efficacia” (14).
Ci sembra che queste parole limpide e inequivocabili dell’editor-in-chief
della più autorevole rivista medica americana, siano il miglior
stimolo, per tutti, a lasciar da parte ogni pregiudizio e a vedere
nella sua giusta luce, e in tutte le sue promesse, l’attuale
battaglia per la reintroduzione della cannabis in medicina.
______________________________________________
Tabella 1
PROSPETTO DEI POSSIBILI USI MEDICI DELLA CANNABIS E DEI CANNABINOIDI
Effetti consolidati
Anoressia e cachessia
Nausea e vomito
Effetti relativamente ben confermati
Asma
Disturbi del movimento
Dolore, in particolare dolore neuropatico
Glaucoma
Spasticità
Effetti con minori conferme
Allergie
Depressione, malattia bipolare, sindromi ansiose
Dipendenza e sindrome da astinenza
Epilessia
Infiammazioni e infezioni
Ricerche in fase iniziale
Febbre
Alterazioni della pressione arteriosa
Malattie autoimmuni
Cancro
Neuroprotezione
(da Grotenhermen F. - Russo E. (eds) 2002, p. 124-5)
_______________________
NOTE
(1) Per la storia antica, si vedano soprattutto Walton (1938) e Abel
(1982). La canapa, originaria probabilmente dell’Asia
centro-meridionale, fu coltivata in Cina fin dai tempi più remoti.
Sembra che i primi reperti, da un sito archeologico dell’isola di
Taiwan, siano addirittura databili a 8000 anni a. C. La canapa
arrivò in Europa almeno 2500 anni fa.
(2) In India, le principali preparazioni di Cannabis sono tre: ganja,
le infiorescenze femminili mature, con resina e semi, fatte seccare;
charas, la resina concentrata; bhang, preparazione di ganja e spezie
come bevanda (o pillole) secondo varie ricette. Le prime due si
fumano, la terza è quella generalmente usata in medicina.
(3)
In: Report of the Indian Hemp Drugs Commission 1893-1894 (App. III)
Simla, Government Printing Office 1894 (reprint: Silver Spring,
Thomas Jefferson 1969, p. 490-1).
(4) Le
principali fonti per tutto questo paragrafo sono Walton (1938) e
Abel (1982).
(5)
On the preparations of the Indian Hemp, or Gunjah (volume 8, p.
421-61). L’articolo è stato ristampato in Mikuriya 1972, p. 3-30
(6) Walton 1938, p. 152.
(7) Wood G.B. - Bache F. The dispensatory of the United States
Philadelphia, Lippincott, Brambo & Co. 1854 (citato da Abel 1982, p.
182-3).
(8) Clinical and physiological notes on the action of Cannabis
indica. The Therapeutic Gazette 11:225-8, 1887 (ristampato in
Mikuriya 1972, p. 293-300).
(9) Osler W. - McCrae T. The principles and practice of medicine
(8th ed.)
New York, D.
Appleton & Co. 1916. In una successiva edizione (1935) tuttavia,
l'efficacia appare agli Autori più dubbia (cit. da Walton 1938, p.
154).
(10) Reynolds J.R. Therapeutic uses and toxic effects of Cannabis
indica.
Lancet 1:637-8, 1890 (March 22) (ristampato in Mikuriya 1972, p.
145-9).
(11) In: Droghe e piante medicinali (2a ed.) Milano: Ulrico Hoepli
1915, p. 144.
(12) In: Trattato di farmacologia e farmacognosia Milano: Ulrico
Hoepli 1949, p. 425-6.
(13) Walton 1938, p. 151.
(14) Kassirer JP. Federal foolishness and marijuana. N Engl J Med
336:366, 1997.
|